• Storie e Storia

    Racconti e Ricordi dei Soci

Non ci sono più i Soci di una volta …

Guardiamoci in faccia amici soci, siamo sinceri, le nostre imprese sportive estive o invernali o di mezza stagione, non mancano un po’ di grinta, di inventiva, di spirito di avventura e di un q.b. di sofferenza? D’accordo che ce la mettiamo tutta, con le decisioni all’ultima ora, la partenza senza cartine e magari tardi, gli sbagli di percorso etc. ma è inutile, dobbiamo convenirne… non ci sono più i soci di una volta. A conferma e sostegno se volete di quanto sopra, vi propongo il racconto che un socio di una volta, Sergio Bigarella aveva raccolto cinquant’anni fa da Foglieni altro socio di allora, durante la ripetizione dell’ascensione con brivido, fatta dal solitario Foglieni dieci anni prima – 1946 – appena tornato dalla prigionia. Eccone la parte cruciale:

…venerdì mattina.

…dalla Val Saviore, Passo Salarno, Passo Adamè e improvvisa, la luminosa vastità del Pian di neve, che la recentissima nevicata ha reso uniformemente immacolato. Nessuna traccia di animali, di uomini, solo qualche solco dei più insidiosi crepacci che infestano questa parte alta del “piano”. è bellissimo, invitante, rende euforici. Avanti allora, un passo dopo l’altro, con prudenza, sperando di essere sul giusto percorso, verso la lontana Val di Genova che attende alla fine del lungo vastissimo piano. Un passo dopo l’altro. Ancora. E poi… il vuoto. La bocca del temuto nemico si è aperta, solo un piccolo strappo e senza più scampo attira tutto nel nero, nel nulla. La caduta è relativamente breve. Una sporgenza della parete di ghiaccio l’arresta alcuni metri più sotto. Lo shock è fortissimo, ma ci si riprende. Si esamina la situazione. Niente di rotto per fortuna, ma è chiaro che risalire senza un aiuto da fuori è impossibile. La cengia su cui Foglieni è atterrato (o agghiacciato?!) non è piccolissima. Ci si può organizzare per resistere il più a lungo possibile, nell’attesa che qualcuno si accorga di lui. E’ il fine settimana, l’itinerario è abbastanza frequentato. Speriamo. Si assicura con piccozza e cordino per non finire di sotto. Divide le poche cibarie in piccole razioni. Controlla i fiammiferi, pulisce la candela che usa nei suoi bivacchi solitari e infine, mangiata la prima raziocina, si avvolge nella ridotta coperta militare che ha sempre con sé ed affronta la prima notte sospeso nel vuoto, nella tremenda voragine di ghiaccio, dal fondo del quale, risale un cupo rumore di acqua, Il freddo non sembra mortale. Si assopisce.

…sabato mattina

Un chiarore azzurrino che scende dall’alto gli annuncia la nuova giornata. Comincia l’attesa. Si sentono voci. Urla per farsi sentire. Niente. Le voci si allontanano. Silenzio. Altre voci. Altre… sue di aiuto. Nessuna risposta. (Probabilmente il passaggio è più a valle). Ancora voci. Richiami. Silenzio. La giornata si spegne. Altra notte di ansia, di speranza, di paura.

Di nuovo il chiarore azzurrino. Di nuovo mattina … è domenica

Attenzione morbosa alle voci. Eccole! Cerca di farsi sentire. Altre voci così. Poi più nulla. Il tempo trascorre, la luce glaciale a poco a poco si spegne. Sì rassegna… E’ finita Consuma l’ultimo tozzo di pane, succhia un poco di ghiaccio ed alla fioca luce del mozzicone di candela che sta consumandosi, con la matita scrive sul piccolo notes, che porta sempre con sé in montagna, gli estremi saluti ai suoi cari.

Appoggia la testa allo zaino ed affronta l’ultimo sonno.

…lunedì… tarda mattina

Alcuni pezzi di ghiaccio e neve gli cadono addosso e lo svegliano. Sente voci concitate da fuori. Si riprende, guarda. Nel tetto a volta del crepaccio c’è una nuova apertura, c’è trambusto. Penzola qualcosa nel vuoto. Con l’ultimo fiato rimastogli, urla, urla, urla, La gente all’esterno, una cordata tedesca, messa fuori strada come lui da una nuova nevicata, è incappata nel “suo” crepaccio. Un componente è caduto nel vuoto. Era legato, lo stanno recuperando. Sentono le urla, a recupero finito, qualcuno si affaccia. Dice qualcosa in tedesco. Nella prigionia ne ha imparato qualcosa, si fa capire. Gli viene calata una corda. Si lega. Cominciano a sollevarlo lentamente ma la tecnica è scarsa, la corda tirata lateralmente sega via via il tetto del crepaccio. Sente che lo stanno incastrando contro la volta di ghiaccio. Urla ancora, li ferma, fa correggere la manovra. E finalmente dopo tre giorni di sepoltura esce dal ventre tenebroso del ghiacciaio, come Giona da quello della balena. Di nuovo il cielo, l’aria, il sole, le montagne. E’ il pian di neve immacolato, intatto come venerdì scorso, coperto da fresca benefica neve che gli ha portato, stavolta l’insperata salvezza. L’avventura è finita. Ricomincia la vita. Riprende il suo andare, bruscamente interrotto tre giorni prima, passo dopo passo, ancora (per ora legato ai suoi nuovi amici di cordata) nella sua solitaria ricerca tra i monti.

… Rieccomi, cosa né dite? …ne riparleremo.

La spedizione sui luoghi dell’avventura del ’46 nel ghiacciaio prevedeva la salita al Carè Alto. Purtroppo l’ascensione abortì. Colpa del troppo ghiaccio che copriva la pala e della scarsa familiarità del socio Foglieni con lo stesso (nonostante la lontana intima conoscenza o, forse proprio per quella). E alla fine per la “ferma” decisione di Sergio: un miracolo basta, torniamo alle Lobbie.

Erano i soci di una volta. E adesso? Siamo meglio? Peggio? Chissà.

Ai posteri l’ardua (mica tanto) sentenza.

… Per quanto a ciascuno di sua competenza:

Sergio Bigarella e Contardo Zanini

Decennale di escursionismo della sezione

Con l’ultima gita del 2003 all’Eremo di San Genesio, in quel di Lecco, si conclude il decimo anno dell’attività di ESCURSIONISMO; non è poco anche se, rispetto ad altre attività, è ancora giovane, ma mi sembra giusto ricordarne l’inizio e la progressiva affermazione nel periodo che va dal 1994 ad oggi; prima però è necessario ricordare come era praticata questa attività negli anni immediatamente precedenti.

Nella vita di sezione, che proprio quest’anno festeggia l’ottantesimo compleanno, l’escursionismo di gruppo è sempre stato presente in varie forme: con gite di carattere alpinistico, per loro caratteristiche riservate a pochi, oppure proponendo, una volta all’anno, gite sociali, più tranquille e meno impegnative, che però riuscivano a coinvolgere anche centinaia di partecipanti tra iscritti e non alla sezione, bei tempi quelli! Ma i tempi cambiano e, pur con quelle adesioni straripanti, si percepiva la necessità di un cambiamento orientato verso un’attività più continua nel tempo, proposta a chi, non avendo ambizioni di cime o pareti, preferiva dedicarsi a percorsi dall’impegno meno esasperato, considerando che l’escursionismo rimane comunque l’essenza, la base, il più semplice approccio alla montagna e a volte anche la sola possibilità di frequentarla, per chi vuole viverla con intenzioni non solo consumistiche.

Nel 1993, Presidente Gianni Bossi, si iniziò ad avviare un progetto, cercando di delineare al meglio ciò che si voleva ottenere: l’idea era di organizzare un’attività escursionistica intesa non come una semplice successione di gite ma come la realizzazione di un programma pensato e preparato in anticipo, da svilupparsi nell’arco di un anno, inserendo nella programmazione alcuni criteri orientativi che ne caratterizzassero e, possibilmente, qualificassero l’attività.

In linea generale i criteri individuati furono i seguenti:

  • Stabilire un calendario di uscite con cadenze mensili (tranne luglio, agosto e dicembre) al quale, salvo particolari situazioni, attenersi scrupolosamente.
  • Favorire la formazione di un gruppo di escursionisti offrendo la possibilità di inserimento anche a non soci C.A.I.
  • Fornire informazioni di carattere culturale sulle località visitate: con uno stampato, con spiegazioni durante il viaggio e/o durante l’escursione, a volte con conferenze di preparazione.
  • Offrire, quando possibile, un percorso diversificato tale da poter soddisfare le esigenze di tutti i partecipanti, dar loro la possibilità di guardare e riflettere, essendo l’andare a piedi il modo migliore per visitare un luogo.
  • Eseguire una ricognizione preventiva del percorso per valutarne la fattibilità.
  • Fissare un tema conduttore che legasse le uscite dell’anno.

Tenendo presente queste indicazioni il 6 febbraio 1994 con la prima uscita (Monte Peschiera – CO) si inaugurava la nuova attività che al momento aveva come tema:

I laghi, gioielli del paesaggio;

Tutto andò per il meglio e quindi, per l’anno seguente, ecco pronto un altro tema:

Le Alpi, nascita ed evoluzione

e poi non ci siamo più fermati.

Nel corso dell’attività dei primi due anni emerge un problema che riguarda la preparazione di nuovi programmi e relativi percorsi; infatti fissare un tema annuale e doverlo poi rispettare costringe ad una difficoltosa ricerca di località e itinerari tematicamente legati tra loro e contemporaneamente adatti alle nostre esigenze, la cosa si rivela difficile, è giocoforza quindi abbandonare questo orientamento, in teoria molto interessante, a favore di una migliore flessibilità organizzativa.

Nei primi tempi dell’attività, e anche in anni successivi, una nutrita serie di conferenze, molto apprezzate dai partecipanti, hanno affiancato e sostenuto le uscite dando loro un notevole contributo informativo-culturale, merito soprattutto del socio Gigi Paleari che ha messo a disposizione le sue conoscenze di geologia e del territorio, sia nelle conferenze che nella individuazione degli itinerari.

Bisogna anche ricordare che la buona riuscita dell’attività in generale è dovuta soprattutto a quel gruppetto di soci, e relative consorti, che da subito hanno apprezzato l’iniziativa sostenendola con la loro partecipazione; per quanto riguarda i sopralluoghi si deve citare la disponibilità di Massimo, Valter, Renato, Francesco (specializzato nella grafica delle locandine), Ferruccio e altri, chiedo scusa per non averli nominati tutti, che hanno partecipato alle spedizioni per la verifica dei percorsi, momenti anche stancanti ma piacevoli e divertenti perché in queste occasioni, in pochi, ci si muove rapidamente ed è necessario diventare curiosi: informarsi, parlare con chi è del luogo, verificare, controllare e documentarsi il più possibile per non incorrere in banali imprevisti durante l’escursione.

Normalmente nelle uscite si utilizza un pullman di dimensioni ridotte, ciò permette di raggiungere più facilmente località montane anche di difficile accesso perciò, durante i sopralluoghi, oltre che le caratteristiche dei sentieri si deve valutare anche la possibilità di transito sulle strade, che altrimenti metterebbe a rischio la realizzazione della gita ancor prima di iniziarla, per poi avere anche i rimbrotti dell’autista.

La partecipazione è stata all’altezza delle aspettative, da subito si è formato un nucleo composto principalmente da soci regolarmente presenti alle uscite al quale via via si sono aggregate anche persone non iscritte alla sezione, un segnale che l’attività incominciava ad essere conosciuta e apprezzata sul territorio, e forse anche un segnale che la leggenda metropolitana indicante il C.A.I. come sinonimo di fatica e sudore si sta sgretolando. Ultimamente i componenti del nucleo “storico” hanno diradato le presenze ma nel complesso altri hanno preso il loro posto e numericamente si mantengono le posizioni.

In questi dieci anni non si è soltanto camminato e stretto delle conoscenze, ci si trova bene insieme, ma non solo: oltre alle già ricordate conferenze, per dare maggior coesione al gruppo, e anche perché si tratta di una cosa simpatica, sono state create delle divertenti T-shirt, dedicate specificatamente all’escursionismo, portate poi baldanzosamente su sentieri vicini e lontani (ogni tanto in gita se ne vede ancora qualcuna) e ancora: per dare soddisfazione agli amanti della fotografia, che accanitamente imperversavano con scatti e flash a destra e a manca dei sentieri, si è voluto organizzare, in sede, un concorso fotografico (dedicato a Fabio Gervasoni) fornito di tutti i crismi dell’ufficialità: partecipanti, regolamento, giuria qualificata, premi, pubblicità, insomma una cosa in grande stile e anche impegnativa per la sua realizzazione. La prima manifestazione, anche se limitata ai soci e al territorio cittadino, ottenne un successo tale che venne poi ripetuta per alcuni anni, nel salone Spazio Arte del Comune, dilatando i confini sino ad includere la provincia. E pensare che l’idea di partenza era nata con ambizioni casalinghe.

Si conclude così il primo decennio di una attività iniziata in sordina ma che, passo dopo passo, si è fatta più sicura arrivando ad essere un elemento importante all’interno della sezione e punto di riferimento all’esterno, con all’attivo la realizzazione di 96 escursioni, comprese 11 gite sociali, per un totale di 3120 partecipazioni.

Ora si potrà osservare che 96 escursioni in 10 anni non fanno impressione, ed è vero, ma sono la dimostrazione della corretta e rispettosa adesione al primo punto fissato nel progetto di attività, gli altri punti sono venuti di conseguenza.

Dino Doria

Vasco Taldo e Angelo Pizzocolo

gli alfieri dell’Alpinismo Sestese

5 maggio 1965

Sono tra gli autori di una serie di imprese compiute nel corso dell’estate nella Cordillera Bianca del Perù da una spedizione alpinistica organizzata dal C.A.I. di Monza e di cui facevano parte anche Nusdeo, Arcari e Casati ed il capospedizione Frigieri.
Partiti da Genova con la motonave  Donizzetti e sbarcati a El Callao dopo 24 giorni di navigazione, gli alpinisti italiani sono stati entusiasticamente accolti dalla colonia italiana di Lima.
Dopo 600 chilometri percorsi con un camion, la spedizione ha raggiunto Karaz. Taldo e Pizzocolo avevavno preceduto gli altri componenti allo scopo di procurare i portatori e gli animali necessari al trasporto del molto materiale occorrente ad una grande spedizione in località così lontane da ogni possibilità di rifornimento.
Da Karaz il 2 giugno la spedizione ha iniziato la marcia verso il campo base stabilito a Laguna Parron (4186 metri), incantevole luogo da dove si possono ammirare i colossi andini, il più alto dei quali è l’Huascaran, 6768 metri sul livello del mare.
L’obiettivo principale della spedizione era l’inviolata Agua Nevada di 6000 metri di altezza che aveva già respinto nel 1959 una forte spedizione svizzera.
Vasco Taldo e Angelo Pizzocolo sono partiti da questa base per stabilire il primo campo sotto l’attacco della parete di roccia e ghiaccio dell’imponente cima.
Questo campo è stato installato a 4990 metri il 5 giugno e da qui, dopo alcuni giorni di attrezzatura della via, ha avuto luogo l’attacco finale che ha visto la vittoria dei nostri alpini.
La salita durissima ha richiesto due bivacchi in parete.
La cima è stata raggiunta da una cordata composta da Pizzocolo, Nusdeo e Arcari.
Purtroppo il bravissimo Taldo dovette rinunciare a raggiungere le vette scalata dalla spedizione a causa delle sue cattive condizioni di salute dovute alla mancanza di assuefazione alle altissime quote della Cordillera Bianca.
Il 29 giugno Pizzocolo e Casati e successivamente altre due cordate, composte da Nusdeo e dal portatore peruviano Emilio Angeles e da Arcari con Frigeri, hanno raggiunto la cima di una montagna inviolata alta 5550 metri, alla quale hanno imposto il nome di “Cima Sesto San Giovanni”.

Questa vetta ricoperta di ghiaccio si trova all’estremità occidentale della Cordillera Bianca.
Nel corso della spedizione venne scalata anche un’altra cima innominata di 5000 metri che gli alpinisti hanno dedicata al figlio dello scalatore Casati, Claudio, nato nei giorni in cui la spedizione si trovava in Perù.

Il ritorno trionfale della spedizione è avvenuto per la stessa via dell’andata con imbarco a El Callao il 25 luglio sulla motonave Rossini e sbarco a Genova il 19 agosto.
In totale gli alpinisti lombardi sono stati assenti dalle loro case tre mesi e mezzo.
Noi a nome della città esprimiamo ai valorosi concittadini Vasco Taldo ed Angelo Pizzocolo le più calorose congratulazioni per i nuovi allori conquistati sulle montagne andine nell’esercizio del più puro degli sport.

A.P.

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